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Recensione su Oubliette Magazine per “Ti lascio una storia da raccontare”

settembre 18, 2011

Prima recensione per il romanzo scritto a quattro mani con Silvia Aquilini su Oubliette Magazine.
 

 “Hai un bel corpo, perché non valorizzarlo un po’?

E perché?

Come perché! Sei una donna e alle donne piace farsi guardare!

O è agli uomini che piace guardare?

Oh, insomma, sembra che ti stia proponendo la ghigliottina! Non ti sto chiedendo di vestirti da cubista, ma da femmina!

Non mi interessano queste cose, sono inutili. Io sono quella che sta sotto i vestiti e l’involucro è solo contorno.”

Una storia d’amore atipica quella di Gemma e Davide. Gemma è un personaggio libero dal costume che impone alla donna certi vezzi, non che sia una maschiaccio ma preferisce indossare, pettinarsi e truccarsi come più le garba, con semplicità e soprattutto libertà di movimento. La passione per il restauro, sua professione, non le permette di aver molto tempo per se stessa e per la situazione di coppia che vive ormai da anni. Ma ad un certo punto della vita accade di cambiare direzione su qualcosa e ciò che pareva futile diviene intrigante. Gemma avrà modo di conoscere il passato, non il suo personale ma quello di un’altra donna lontana dalla sua epoca ben 200 anni.

Ti lascio una storia da raccontare”, edito nell’agosto 2011 dalla casa editrice Nuova S1 Edizioni, è un’accattivante romanzo scritto a quattro mani che racconta di due donne temporalmente, ma non spazialmente, lontane. Le autrici, Katia Brentani e Silvia Aquilini, si sono incontrate, per caso, in un’osteria al centro di Bologna durante una riunione del gruppo d’autori “Penne alla Bolognese” e sin da subito hanno sentito una sorta di affinità letteraria che è emersa in una romanzo raffinato, colto, dal sapore antico ma contemporaneamente moderno; Katia ha elaborato i capitoli riguardanti il 1800, mentre Silvia i capitoli del nostro secolo.

Una storia che basa la sua essenza principalmente sulla diacronia e sulla veridicità degli avvenimenti. Bologna. Gemma vive nel 2010, la Contessa Carolina Negri nel 1800 così come un terzo personaggio dal fascino inconsueto di nome Henri Beyle, un romanziere francese non ancora all’apice del suo successo. Forse qualcuno sussulterà di fronte al nome del francese, infatti, è il vero nome del più conosciuto Stendhal. “Ti lascio una storia da raccontare” è un emozionante viaggio tra la scoperta di un amore fugace, di pochi attimi eppure eterno grazie al potere della scrittura, e tra la realizzazione di se stessi attraverso il superamento dei propri limiti. Le pagine del romanzo sono impregnate  non solo da curiosità letteraria ma, bensì, si respira un gusto per l’erudizione, per l’excursus artistico tout court e per l’esplorazione storica.

Anche lei, come ogni mortale, era destinata a quel luogo, come ultima dimora.

Ricordava di essersi profusa in complimenti e di aver pensato, seppur fuggevolmente, che l’uomo rappresentato, suo marito, piangeva sull’urna della moglie, cioè lei, quasi a voler significare che, seppur giovane, lei sarebbe morta prima di Gian Battista.

Il luogo di congiunzione tra il presente, rappresentato da Gemma, ed il passato, rappresentato da Carolina, è un cimitero, La Certosa. Una casualità unisce due donne diverse ma simili nel non aver ancora esplorato la loro femminilità, la loro voglia di farsi trascinare dal vero amore. La Contessa è venticinque anni più giovane del marito, il Conte Gian Battista Carpigli, eppure lo splendido monumento, realizzato dallo scultore Putti, ritrae un angelo che si asciuga le mani con le ali e sotto il marito addolorato per la scomparsa della moglie. Il caso volle che Gemma dovesse proprio restaurare le statue di Gian Battista e Carolina.

Fuori la vita era quella di sempre, ma a lei tutto apparve diverso. Accelerando il passo voltò l’angolo con il cuore in gola, se Serafino si era stancato di aspettarla rischiava che qualcuno la incontrasse vestita da popolana e le spiegazioni che avrebbe dovuto dare sarebbero state imbarazzanti.

Non era brava a mentire.

Alessia Mocci

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