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Recensione “Volevo solo chiuderle gli occhi” – Albus Edizioni

novembre 15, 2012

Gli occhi e la bocca, in verità, cuciti con ago e filo. L’efferatezza dell’omicidio non tragga in inganno. Non è un racconto pulp né noir. E’ un romanzo di investigazione vecchio stampo, con un commissario introverso e tormentato, che ha già i suoi guai famigliari a cui pensare, eppure si butta anima e corpo nell’indagine, perché è quella la sua vita, la sua missione. Lavora con attenzione e professionalità, non si ferma davanti a nulla, non si lascia impressionare né intimidire dall’ambiente altolocato e potente nel quale si trova a scavare, popolato da “persone che credono di sconfiggere la morte correndo”, come le definisce lui.

Eppure anche il commissario Volpi corre sempre. E’ lui il protagonista del romanzo, affascinante quarantenne bolognese, accanito fumatore innamorato della moglie e della figlia. Le due donne della sua vita gli vogliono bene, tuttavia lo hanno lasciato, accusandolo di riservare loro troppo poco spazio nella sua vita. La sua latitanza famigliare viene avertita a tal punto che sua moglie asserisce addirittura  “era peggio di un tradimento: lui non c’era mai”.

Si potrebbe tacciare il commissario di maschilismo, eppure se leggiamo bene tra le righe possiamo notare in lui una sensibilità molto femminile.  D’un tratto se ne esce definendo “assenza assordante” la sua casa priva degli affetti domestici, e ci accorgiamo che la mano che lo ha disegnato appartiene ad una donna. A questo punto gli si può perdonare tutto:  la spavalderia, quella presupponenza da burbero capo nei confronti dei suoi sottoposti, persino un nome troppo azzeccato: Volpi, animali noti per la loro furbizia.

Ma la storia tratteggia anche molti personaggi femminili: segretarie, avvocati, notai, appartenenti alle forze dell’ordine, anche una anatomopatologa. Donne descritte in maniera dettagliata sia nell’aspetto fisico che in quello psicologico. Ci pare quasi di vederle saltare fuori dalle pagine del libro, vestite e truccate di tutto punto. Alla fine del romanzo le conosciamo come fossero vicine di casa, colleghe, amiche, confidenti.

Il romanzo è un quadro pieno di precisi ritratti, ma soprattutto è un intelligente sequenza di indizi, che paiono buttati lì per caso, invece si incastrano alla perfezione come maglie di una catena che ci conduce alla scoperta del colpevole, sorpresa finale affatto scontata.

Ma la storia non è che un pretesto per raccontare un intero mondo che ha una precisa collocazione: Bologna, la città dell’autrice. Traspare l’amore per le sue nebbie invernali, la basilica che sorveglia dal colle, i suoi portici tra i quali nascondersi.  Mentre mi lascio pervadere dall’umidità che penetra nelle ossa condivido un pensiero con il commissario Volpi: “quando arriva l’estate?”.

Lorena Lusetti

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