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Recensione Messaggio in bottiglia (Albus Edizioni)

aprile 27, 2014

Copertina Messaggio in bottigliaConfesso… in questi giorni ho tradito Isabel Allende per Katia Brentani!
Nessuna paura non è un peccato di gioventù, ma semplicemente un “tradimento” lette­rario. Sono un accanito lettore delle opere di Isabel Allende, ne posseggo ed ho letto tutti i ro­manzi. Ha uno stile letterario nel raccontare le storie che personalmente apprezzo molto e mi ha sempre affascinato. Però il suo ultimo lavoro “Il gioco di Ripper” con il quale ha voluto cimentarsi per la prima volta nel genere “giallo”, che le mancava, mi ha un po’ delu­so, per il semplice motivo che la sua forma di scrittura, secondo me, non si confa molto al genere suddetto. La storia narrata si sviluppa per ben 450 pagine, non poche per un “giallo”; ho iniziato a leggerlo dopo Natale e sono an­cora fermo a pagina 160! Per me, che gli altri suoi libri li avevo divorati nel giro di pochi giorni, è assurdo… “c’è qualcosa che non va” – mi son chiesto.
Non sono molto amante del genere “giallo” però, quando scritti bene, riesco a leggerli d’un fiato. Il racconto giallo dev’essere scorrevole, accattivante, sobrio, intrigante, ricco di colpi di scena, deve saper catturare l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina ed ogni capitolo che finisce dev’essere tale da invogliare a continuare subito con quello successivo, per la curiosità di sapere cosa succede dopo.
Tutto ciò non l’ho trovato (almeno sino a pag. 160) nel libro della Allende, abituata lei a scavare negli anfratti più nascosti di ogni personaggio ed intrigo che s’intrecciano nella tra­ma, in modo sempre approfondito sia dal punto di vista psicologico che storico. Utilizzare questo stile per un “giallo”, rallenta molto l’interesse per la trama, appesantendola e facen­done perdere il filo conduttore, ma soprattutto il ritmo e la curiosità del saper come andrà a finire.

Ed ecco, allora, che in mio soccorso è arrivato il pregevole secondo romando “giallo” di Katia Brentani “Messaggio in bottiglia” che segue il precedente “Volevo solo chiuderle gli occhi”, già vincitore del concorso “Narrando” organizzato dalla Casa Editrice AlbusE­dizioni e da questi entrambi pubblicati.
A novembre del 2012 avevo avuto il piacere e l’onore di presentare il suo primo roman­zo alla Fiera del Libro di Chiari (BS) e soprattutto conoscerla di persona ed apprezzarla per la sem­plicità e simpatia che sapeva trasmettere. In quell’occasione ebbi modo di cono­scere per la prima volta an­che il “Commissario Volpi”, il personaggio inventato e chia­mato dal­la Brentani a risolve­re i mi­steriosi delitti che si succe­dono nella città di Bologna che l’Autri­ce conosce molto bene, es­sendovi nata.
Dopo la lettura del primo romanzo ebbi modo di apprezzare le sue doti per la scrittura, ma soprattutto lo stile usato nello scrivere una storia così intrigante. Non dimentichiamo che Katia Brentani si occupa e scrive anche di altro genere, soprattutto quello legato all’arte del­la cucinare di cui è una fervente ed appassionata conoscitrice.
Ciò che mi colpì della storia fu subito la freschezza e la scorrevolezza del testo, come un fiume che, appena nasce alla sorgente, è zampillante e prorompente, come un bimbo di po­chi anni giocoso e scalpitante.
Ma, aldilà della storia, entrai immediatamente in empatia con il Commissario protagoni­sta, non il solito “sceriffo” spavaldo e spaccone che si vede nei film americani, pronto a sparare a destra e a manca o fare rocambolesche corse in auto per catturare gli assassini. Niente di tutto ciò! Il Commissario Volpi l’ho reputato all’istante il classico prototipo dell’ita­liano medio.
Nonostante le responsabilità e il ruolo che occupa, possiede i tanti pregi e difetti di noi Italiani, una persona umana che si potrebbe incontrare tutti i giorni per strada, con i dubbi e le fobie comuni, contrasti con la moglie e il grande amore per la figlia che, vorrebbe se­guire più attenta­mente ma, per il lavoro particolare che svolge, spesso lo porta a trascurar­la, vivendo e meta­bolizzando grandi sensi di colpa.
Ad inizio aprile ho incontrato nuovamente Katia Brentani a Bologna, nel suo ambiente naturale, e nel brevissimo tempo di un paio d’ore a disposizione, come un fiume in piena, ha iniziato a parlarmi della sua città, portandomi a visitare anche il “Teatro anatomico” in una delle più importanti sedi storiche universitarie bolognesi, all’interno del qua­le furono di­sposte ed eseguite le prime autopsie umani. E gentilmente ha voluto omaggiar­mi del suo secondo “giallo” “Messaggio in bottiglia”, in cui narra un’altra avvincente indagine vissuta e risolta dal simpatico e bravo Commissario Volpi, ambientata sempre a Bologna e dintorni.
Il racconto, chiedendo scusa a I. Allende per averla momentaneamente trascurata, mi ha preso subito, leggendolo in pochissimi giorni. Piacevolmente questa volta non è stata una novità, ma una gradevole conferma di quanto avevo avuto modo di apprezzare nel pri­mo ro­manzo di Katia: capitoli brevi, intensi, dialoghi serrati, descrizioni di ambienti e stati d’ani­mo dei personaggi in giusta misura, perché è dai dialoghi, come in una buona sce­neggiatura, che si arguiscono le emozioni ed i sentimenti che i vari personaggi vivon e rie­scono a tra­smettere al lettore.
Anche questa volta non manca il coinvolgimento, materia prima per un “giallo” che si definisca tale, che l’Autrice attraverso lo sviluppo della trama riesce a creare nei confronti del lettore. Come dicevo, capitoli di poche pagine, ma ognuno termina con un piccolo col­po di scena o insinua un dubbio in chi legge che lo porta, non a chiudere il libro per addor­mentarsi, ma a proseguire con gran curiosità e sapere se alla fine il Commissario Volpi riu­scirà ad incastrare il o la colpevole degli omicidi (scopritelo voi, se avrete la voglia di leg­gerlo… personalmente ve lo raccomando!). Anche i dubbi e le incertezze, umani risvolti psicolo­gici dell’investigatore non mancano, anzi aumentano, essendo alle prese con un nuovo parti­colare “innamoramento” che gli fanno accrescere i sensi di colpa verso la pro­pria moglie, simpaticamente ed ironicamente definita in “stand-by”, e la figlia cresciuta di un paio d’anni rispetto alla primo romanzo.
Brava Katia per il tuo egregio lavoro! Non finisci mai di stupirmi, anche per la grande passione che sai elargire nel realizzare e condurre le molteplici iniziative di cui te ne fai ca­rico. Non posso che augurarti sempre nuovi successi ed altrettante gratificazioni. L’impe­gno, l’intelligenza e la preparazione professionale che metti in gioco alla fine di certo ripa­gano gli enormi sacrifici che sicuramente costano.
Ed ora, scusami, ritorno da Isabel, sperando che mi abbia perdonato!
(Giuseppe Gambini)
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ALBUSEDIZIONI
Narrativa
Collana “Donne pericolose”
Pagg. 150
ISBN 978-88-96099-93-3
Prezzo € 12,00
(acquistabile anche online su www.albusedizioni.it)

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