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Volevo solo chiuderle gli occhi

Gli occhi e la bocca, in verità, cuciti con ago e filo. L’efferatezza dell’omicidio non tragga in inganno. Non è un racconto pulp né noir. E’ un romanzo di investigazione vecchio stampo, con un commissario introverso e tormentato, che ha già i suoi guai famigliari a cui pensare, eppure si butta anima e corpo nell’indagine, perché è quella la sua vita, la sua missione. Lavora con attenzione e professionalità, non si ferma davanti a nulla, non si lascia impressionare né intimidire dall’ambiente altolocato e potente nel quale si trova a scavare, popolato da “persone che credono di sconfiggere la morte correndo”, come le definisce lui.

Eppure anche il commissario Volpi corre sempre. E’ lui il protagonista del romanzo, affascinante quarantenne bolognese, accanito fumatore innamorato della moglie e della figlia. Le due donne della sua vita gli vogliono bene, tuttavia lo hanno lasciato, accusandolo di riservare loro troppo poco spazio nella sua vita. La sua latitanza famigliare viene avertita a tal punto che sua moglie asserisce addirittura  “era peggio di un tradimento: lui non c’era mai”.

Si potrebbe tacciare il commissario di maschilismo, eppure se leggiamo bene tra le righe possiamo notare in lui una sensibilità molto femminile.  D’un tratto se ne esce definendo “assenza assordante” la sua casa priva degli affetti domestici, e ci accorgiamo che la mano che lo ha disegnato appartiene ad una donna. A questo punto gli si può perdonare tutto:  la spavalderia, quella presupponenza da burbero capo nei confronti dei suoi sottoposti, persino un nome troppo azzeccato: Volpi, animali noti per la loro furbizia.

Ma la storia tratteggia anche molti personaggi femminili: segretarie, avvocati, notai, appartenenti alle forze dell’ordine, anche una anatomopatologa. Donne descritte in maniera dettagliata sia nell’aspetto fisico che in quello psicologico. Ci pare quasi di vederle saltare fuori dalle pagine del libro, vestite e truccate di tutto punto. Alla fine del romanzo le conosciamo come fossero vicine di casa, colleghe, amiche, confidenti.

Il romanzo è un quadro pieno di precisi ritratti, ma soprattutto è un intelligente sequenza di indizi, che paiono buttati lì per caso, invece si incastrano alla perfezione come maglie di una catena che ci conduce alla scoperta del colpevole, sorpresa finale affatto scontata.

Ma la storia non è che un pretesto per raccontare un intero mondo che ha una precisa collocazione: Bologna, la città dell’autrice. Traspare l’amore per le sue nebbie invernali, la basilica che sorveglia dal colle, i suoi portici tra i quali nascondersi.  Mentre mi lascio pervadere dall’umidità che penetra nelle ossa condivido un pensiero con il commissario Volpi: “quando arriva l’estate?”.

Lorena Lusetti

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Katia Brentani si veste di giallo. Volevo solo chiuderle gli occhi”: un giallo tinto di rosa, che mette ansia come un thriller.

Con un titolo a metà strada tra la giustificazione di un’azione involontaria e l’ammissione di una colpevolezza consapevole, “Volevo solo chiuderle gli occhi” (Albus Edizioni, Napoli 2012, 200 pagine, 12,00 euro), l’ultimo romanzo della poliedrica scrittrice bolognese Katia Brentani, è un vero rompicapo per il curioso lettore; anche per quelli che desiderano indovinare il colpevole prima che il libro finisca. Nulla è prevedibile, come la vita.

Dopo la nebbia che, nell’incipit, si dirada per far spazio al cielo azzurro, un interrogativo cala sui pensieri del lettore “Ma in fondo, chi di noi conosce davvero il suo prossimo?” (p. 80). Toccherà a Giorgio Volpi, il commissario che “non avrebbe mai immaginato di passare la vita, da adulto, a dare la caccia all’uomo nero” (p. 90), a ricomporre il complicato puzzle di un efferato duplice omicidio, eseguito con il medesimo modus operandi: gli occhi e la bocca cuciti.

A perdere la vita sono due donne appartenenti alla gente bene, entrambe in servizio presso lo studio di un noto avvocato civilista di Bologna, Adolfo Marini. Come fili viscosi di una ragnatela, le indagini partono dalla prima vittima, Giulia Marini (figlia di Adolfo), e si diramano verso i parenti, i colleghi e gli amici, intrappolandoli nel reciproco sospetto. Con abilità e maestria l’Autrice fornisce, in maniera chiara ed essenziale, i profili psicologici di tutti i personaggi che animano questo giallo tinto di rosa; tanti sono, infatti, quelli femminili.

Una scelta che, in linea con la Collana “Donne pericolose” – di cui questo libro è il primo volume –, ribalta gli stereotipi di genere mettendo in evidenza la debolezza e la fragilità degli uomini da una parte, la forza e il coraggio delle donne dall’altra. In quest’ottica Giulia non è più solo una vittima, ma anche l’eroina che muore per amore, pagando il prezzo di un indicibile segreto. Lei che, bella ed egocentrica, celava sotto la patina di arroganza “fragilità, solitudine, desiderio di trovare un po’ di pace all’inquietudine che la divorava abitualmente” (p. 73).

Il romanzo è anche un omaggio a un’altra signora: Bologna, la città elegante e misteriosa, che offre le sue bellezze architettoniche come sfondo all’intera vicenda. Lo stile accurato, l’andamento fluido e il ritmo incalzante rendono piacevole la lettura. Un piacere che si rinnova di capitolo in capitolo. L’ironia sottile che serpeggia tra le pagine del libro non risparmia neanche la televisione, in particolare i tribunali mediatici in cui le ricostruzioni di omicidi si basano, sempre più spesso, su supposizioni fantascientifiche, capaci di trasformare fatti di cronaca in reality show, confondendo la vita reale con quella immaginifica e virtuale. Un romanzo avvincente e ben costruito, frutto della sensibilità di una donna sempre attenta all’umanità dei suoi personaggi. Se questo è il sorprendente esordio nel genere giallo, non resta che augurare una lunga vita al commissario Volpi e attendere le sue nuove e intriganti indagini.

Pasquale Braschi

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Di Katia Brentani c’era nota da qualche tempo la sua bravura narrativa ma, in questo romanzo, l’autrice bolognese ha fornito prova di superare se stessa.

Un giallo avvincente e moderno dove gli avvenimenti e i personaggi, con risvolti sociali o individuali, positivi e negativi, sono collocati in una trama che ci accompagna piacevolmente attraverso i cinquantuno capitoli e l’epilogo. Piacevolmente perché, quantunque la vicenda ambientata proprio a Bologna (nido di Katia) tratta di crimini, la dialettica originale e appropriata rende la lettura accattivante, anche se si estromettesse la curiosità di conoscere l’assassino e il relativo movente. Dice Leonardo Sciascia.”Per quanto amare, dolorose, angoscianti siano le cose di cui si scrive, lo scrivere è sempre gioia, sempre “stato di grazia”. O si è cattivi scrittori”. E lo stato di grazia, sempre presente in ogni pagina di Volevo solo chiuderle gli occhi, appaga il lettore e conferma la professionalità dell’Autrice.

Brentani, con uno specchietto riportato nel testo, spontaneo o “donato”, facilita la lettura nel rammentare i nomi e i ruoli di una pletora di dipendenti che operano nello studio Marini. Siano essi avvocati, segretarie eccetera. Adolfo Marini è il capo. Giulia, sua figlia, viziata, prepotente, persecutoria… è ritrovata assassinata nel suo ufficio. S’insinuano sospetti reciproci per il crimine efferato al quale, più avanti, se ne somma un altro altrettanto brutale. Colpisce la pietà di tutti verso l’assassinata, nonostante che la medesima, in vita, rendeva l’esistenza difficile a tutti. Il figlio stesso, troppe volte osteggiato e schernito dalla stessa madre, ha preferito allontanarsi da lei andando a convivere all’estero con un amico, per respirare un’aria non ostile alla sua condizione di omosessuale.

Indaga il commissario Volpi (al quale non mancano problemi familiari), pressato dal tempo che scorre veloce, alla spasmodica ricerca del o dei colpevoli. Un vero rompicapo perché i due crimini presentano caratteristiche simili. A entrambi le vittime sono state cucite la bocca e gli occhi. Si presuppone, tra le varie ipotesi, che si tratti di un serial killer oppure di qualcuno che finge di esserlo solo per sviare le indagini. Un qualcuno che magari ha reagito in modo vendicativo per le sevizie psicologiche che Giulia Marini aveva voluto e saputo infliggere?

Finale con i tasselli che il commissario riesce a far combaciare in un movente da logica scellerata!

La lettura di questo romanzo, oltre ogni altra cosa, mi ha permesso di tuffarmi in un piacevole passato di trent’anni fa, quando per missione di lavoro, soggiornai per un inverno nell’accogliente e bella Bologna. Mi sono trovato a rivedere quelle strade, i portici caratteristici, le piazze, i monumenti, la gente, i profumi, le emozioni… Grazie anche per questo, Katia!

Enzo Cavaricci

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Gli occhi e la bocca, in verità, cuciti con ago e filo. L’efferatezza dell’omicidio non tragga in inganno. Non è un racconto pulp né noir. E’ un romanzo di investigazione vecchio stampo, con un ommissario introverso e tormentato, che ha già i suoi guai famigliari a cui pensare, eppure si butta anima e corpo nell’indagine, perché è quella la sua vita, la sua missione. Lavora con attenzione e professionalità, non si ferma davanti a nulla, non si lascia impressionare né intimidire dall’ambiente altolocato e potente nel quale si trova a scavare, popolato da “persone che credono di sconfiggere la morte correndo”, come le definisce lui.

Eppure anche il commissario Volpi corre sempre. E’ lui il protagonista del romanzo, affascinante quarantenne bolognese, accanito fumatore innamorato della moglie e della figlia. Le due donne della sua vita gli vogliono bene, tuttavia lo hanno lasciato, accusandolo di riservare loro troppo poco spazio nella sua vita. La sua latitanza famigliare viene avertita a tal punto che sua moglie asserisce addirittura “era peggio di un tradimento: lui non c’era mai”.

Si potrebbe tacciare il commissario di maschilismo, eppure se leggiamo bene tra le righe possiamo notare in lui una sensibilità molto femminile. D’un tratto se ne esce definendo “assenza assordante” la sua casa priva degli affetti domestici, e ci accorgiamo che la mano che lo ha disegnato appartiene ad una donna. A questo punto gli si può perdonare tutto: la spavalderia, quella presupponenza da burbero capo nei confronti dei suoi sottoposti, persino un nome troppo azzeccato: Volpi, animali noti per la loro furbizia.

Ma la storia tratteggia anche molti personaggi femminili: segretarie, avvocati, notai, appartenenti alle forze dell’ordine, anche una anatomopatologa. Donne descritte in maniera dettagliata sia nell’aspetto fisico che in quello psicologico. Ci pare quasi di vederle saltare fuori dalle pagine del libro, vestite e truccate di tutto punto. Alla fine del romanzo le conosciamo come fossero vicine di casa, colleghe, amiche, confidenti.

Il romanzo è un quadro pieno di precisi ritratti, ma soprattutto è un intelligente sequenza di indizi, che paiono buttati lì per caso, invece si incastrano alla perfezione come maglie di una catena che ci conduce alla scoperta del colpevole, sorpresa finale affatto scontata.

Ma la storia non è che un pretesto per raccontare un intero mondo che ha una precisa collocazione: Bologna, la città dell’autrice. Traspare l’amore per le sue nebbie invernali, la basilica che sorveglia dal colle, i suoi portici tra i quali nascondersi. Mentre mi lascio pervadere dall’umidità che penetra nelle ossa condivido un pensiero con il commissario Volpi: “quando arriva l’estate?”.

Lorena Lusetti

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