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Racconti

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questo racconto puoi ascoltarlo sul sito www.suonamiunapoesia.it

Strega sarai tu

Provate voi a dormire poche ore fin dalla tenera età per ottenere l’effetto “occhiaie profonde” e vi accorgerete di essere pervase da un sottile filo di nervosismo.

Per non parlare poi dei vestiti, color nero notte, che siamo costrette ad indossare e rendono la nostra pelle emaciata.

Loro, tutte nastri e boccoli, dormono serene in culle ornate da fronzoli, si svegliano al canto degli usignoli e sgranano con grazia i loro occhioni blu.

“Boccucce di rosa” le chiamiamo, mentre le nostre labbra si assottigliano fino a diventare lame taglienti.

Eppure senza di noi le favole non esisterebbero.

Le trame non reggerebbero.

Non è interessante seguire le vicissitudini di due mocciosi svenevoli, stucchevoli che passano la vita cantando.

Così entriamo in scena noi.

Le favole sono costellate di streghe di ogni tipo.

Biancaneve senza la strega cattiva perderebbe il fascino della vittima designata.

Anche se ho sempre creduto che raggirare Biancaneve fosse facile come rubare le caramelle a un bambino.

Confessate serenamente: avreste mangiato la mela avvelenata?

Porto più rispetto ad Hansel e Gretel, in fondo si tratta di bambini e hanno dimostrato astuzia e coraggio.

Credete forse sia semplice recitare il ruolo della strega cattiva? Richiede preparazione, concentrazione e una giusta dose di fantasia unita a praticità e doti tecniche.

Fate preparare una pozione magica a una di quelle svampite e finirà per rompersi un’unghia o inalare  gas velenosi.

Il ruolo che interpretano “loro”, quelle finte timide, dalle gote arrossate, è molto semplice: piangere, fuggire, svenire, essere salvate.

Perché una principessa che si rispetti viene sempre salvata e sempre, rimarco sempre, sposa il principe azzurro.

Per noi streghe cattive  morte, esilio, scherno e ortaggi lanciati dalla folla.

Ma è il mio ruolo e lo interpreto al meglio.

Assaporo la tensione che cresce attorno, mentre preparo la pozione magica.

Vivo l’angoscia del pubblico quando porgo la mela a Biancaneve o l’arcolaio a Proserpina.

Il pubblico, nervoso, si agita sulle sedie e un silenzio carico di cattivi presagi scende nella sala.

Ho catturato la loro attenzione con la mia voce rauca, le risatine sinistre, le mani protese verso la vittima come artigli.

Qualcuno trattiene il respiro, altri nascondono il volto fra le mani.

E’ l’istante del mio trionfo personale, anche se effimero.

Lui arriverà è certo e salverà la bella.

E in quel momento sarò solo una  brutta vecchia da riempire di ortaggi e risate di scherno.

Sospiri di sollievo si libreranno nell’aria e urla di gioia riempiranno la sala.

E io sarò dimenticata dietro le quinte, mentre il principe e la principessa verranno richiamati sul palco mille volte.

Eppure in cuor mio so che se questo è avvenuto è perché ho recitato bene la mia parte.

Sono stata sufficientemente cattiva, ho procurato angoscia, paura e profuso a piene mani quel senso di ribrezzo che sempre mi accompagna.

La mamma sarebbe fiera di me.  Lei era una strega professionista molto brava.

Recitava con una compagnia teatrale famosa a livello internazionale. Ha calcato le scene fino all’ultimo respiro, con orgoglio e curando ogni dettaglio.

Il ruolo di una strega aumenta di fascino con l’età quando le rughe sono vere, la pelle cadente e i capelli bianchi.

E loro, le principesse, cominciano ad ingrassare, a perdere quella luce celestiale che le illumina. A quel punto sono già accasate con qualche principe azzurro che ingrasserà insieme a loro in compagnia di pargoli dai riccioli biondi.

E di noi che sarà? Nessuno si preoccupa di sapere cosa accade a noi streghe “dopo”.

Nessuno piange se veniamo gettate in un dirupo, divorate dalle fiamme o semplicemente scompariamo nel buio della notte.

E’ quello che sta accadendo in questo momento a me.

La principessa e il principe intenti a festeggiare in qualche locale alla moda insieme alla corte adorante e io che cammino, avvolta nel mio cappotto nero con il cappuccio ben calato sulla testa.

I miei passi non risuonano nella notte. Quel ticchettio sommesso e a cadenza perfetta che accompagna i passi delle principesse.

Non indosso tacchi alti, la natura non ha donato a noi streghe rosei piedini che calzano scarpe da campionario, ma piedi forti, da arrampicatrici di montagne impervie.

Eppure questa sera mi tradiscono, inciampo stupidamente nel marciapiede sconnesso.

Sto per rialzarmi imprecando quando una mano si protende verso di me.

“Si è fatta male, signorina?” la voce risuona rauca, ma gentile, anche se almeno due note sopra il tono normale.

Mi alzo per osservare il mio soccorritore.

Non sono bassa, anche se il ruolo che interpreto mi obbliga a trascorrere gran parte della giornata ingobbita.

Lui è immenso, una montagna di muscoli e un volto scolpito nella pietra.

Se digrigna i denti e urla con il tono di voce che si ritrova sono certa incuta paura, anzi terrore.

Ora però sorride, un sorriso tenero che si propaga agli occhi.

Eppure sta fissando il mio viso: il naso adunco, i capelli ispidi come saggina di scopa, le guance incavate.

“Ha degli occhi bellissimi” mormora, almeno quella era la sua intenzione, immagino.

Nessuno ha mai trovato i miei occhi color melma bellissimi.

Le sue mani enormi, ma delicate hanno fatto scomparire le mie ancora ornate dalle unghie finte ricurve come artigli.

Sorrido, provando uno strano calore in tutto il corpo e un senso di benessere.

“Ti accompagno a casa” propone “ a quest’ora di notte è pericoloso percorrere queste strade da sola”.

Trattengo una risata di scherno e la frase che la principessa perfettina pronuncerebbe: “Cosa può mai accadere alla strega cattiva!”.

Rinfodero il sorriso crudele che scopre gli incisivi e mi limito a stirare appena le labbra.

Lui continua a racchiudere le mie mani nelle sue, come in uno scrigno prezioso e cammina adagio.

Il mio passo si armonizza al suo. E’ servito a qualcosa avere piedi grandi da arrampicatrice di montagne impervie.

“Guarda una stella cadente” il suo dito indica il cielo “esprimi un desiderio”.

Chiudo gli occhi ed esprimo un desiderio non propriamente  da strega.

“Ho già espresso il mio “ confessa e come d’incanto nella sua mano è comparso un grosso pezzo di cioccolata fondente.

“Il mio dolce preferito” mi informa e con facilità stacca un quadretto e me lo porge.

Anch’io amo la cioccolata fondente.

Non ha fronzoli, non si nasconde dietro aromi o nocciole e mandorle.

Ti conquista così, con il suo aspetto semplice e il gusto un po’ amarognolo.

“Sai perché la amo?” dice lui e mi sorride di nuovo.

“Chi?” mormoro, confusa.

“La cioccolata!” ride lui “perché è senza maschera, semplice e squisita al tempo stesso, come te”.

Sento le guance bruciare e cerco una frase cattiva per guastare l’atmosfera, ma non la trovo.

Strano è il mio mestiere e lo esercito a meraviglia.

Lui non sta bleffando, non mi deride, il suo sguardo è sincero e il mio cuore galoppa felice.

“Guarda papà la strega cattiva con il gigante buono!” grida una bambina tutta boccoli biondi e boccuccia di rosa.

Certamente una delle tante fans della principessa perfettina.

Le lancio uno sguardo di benevolenza, mentre il mio gigante buono mi aggiusta il cappuccio sulla testa.

“Mi dispiace piccola” penso, estasiata “questa sera strega sarai tu”.

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La fioraia degli amori felici
La vedevo ogni giorno quando noi ragazzi, come api impazzite, sciamavamo fuori dal portone di scuola. Camminava, dondolando il cesto pieno di piccoli mazzi di fiori, su e giù per le strade del centro
I suoi vestiti multicolori risaltavano nel grigiore della città. .Curava ogni dettaglio del suo abbigliamento con un’attenzione maniacale che incantava. Amavo il suo cappotto giallo abbinato a un capello a tesa larga dello stesso colore con il cesto ricolmo di mimose, adoravo il cappotto rosso e lo scialle bianco quando i piccoli mazzi di rose bianche e rosse facevano capolino dal suo magico cesto, colmando l’aria con il profumo inebriante dei fiori.
Non conoscevo il suo nome, anche se rappresentava una figura familiare, e tutti in città la chiamavano “Violetta”, la fioraia degli amori felici.
I sui variopinti e originali mazzolini di fiori costavano molto meno delle algide composizioni dei negozi e noi studenti liceali, perennemente al verde, ricorrevamo a lei per ricorrenze che non mancavano mai: il compleanno di un’amica, San Valentino, la festa della mamma e tante altre occasioni.
A volte anch’io compravo piccoli pensieri per le persone care e rimanevo affascinata dalla cura con cui vestiva, gli accessori, il trucco appropriato,
Ogni mazzolino di fiori poi era accompagnato da un biglietto con una frase di amicizia o d’amore.
Solo molto tempo dopo, quando, ormai adulta, occupavo il mio tempo fra famiglia e lavoro, venni a conoscenza della sua vera identità.
Stavo mangiando un panino, come al solito, nella pausa pranzo, in un bar insieme a una collega e sfogliando svogliatamente un giornale locale, incappai in una sua fotografia sgranata, e per la prima volta associai il suo volto a un nome.
“Ortensia Carlini, detta “Violetta” nata a Bologna il 15 agosto 1921, conosciuta in città per i suoi variopinti cesti di vimini colmi di fiori, aveva studiato recitazione e partecipato a qualche spettacolo teatrale prima della guerra. Il suo sorriso rimane indelebile fra gli abitanti della città. Il funerale si terrà domani alle ore 16 presso la Chiesa di San Giuseppe. Niente fiori, ma opere di bene”.
Ripiegai con cura il giornale e finii di sbocconcellare il mio insipido pasto.
Avvertivo un profondo dispiacere mentre mi chiedevo se avesse senso partecipare al funerale di una persona che aveva sfiorato marginalmente la nostra vita.
Il giorno dopo presi l’autobus per raggiungere il luogo della cerimonia.
Davanti alla chiesa un gruppetto di persone attendeva l’arrivo del feretro chiacchierando sommessamente; più discosti vecchi ragazzi di un tempo ormai lontano, passeggiavano guardandosi attorno.
La cerimonia fu semplice e il parroco ricordò come Violetta amava occuparsi dei ragazzi e la sua incessante opera in parrocchia a favore dei giovani.
Io osservavo la bara coperta da tanti piccoli mazzi di fiori variopinti, gli stessi che lei vendeva per le strade del centro anni fa.
La chiesa non era adornata da altri fiori e immaginai che fosse stata rispettata la volontà di Ortensia: opere di bene. Io stessa avevo fatto una donazione a un’associazione che si occupava di ragazzi in difficoltà.
Stavamo uscendo dalla chiesa quando un distinto signore, ormai avanti negli anni, con un cappotto grigio, mi si avvicinò.
“Conosceva Ortensia?” domandò, cortese.
I suoi occhi, ancora di un azzurro vivo, mi scrutarono curiosi.
Sorrisi, imbarazzata.
“Per me è sempre stata Violetta, la fioraia degli amori felici” ammisi “ero una delle tante ragazzine che frequentavano un liceo in centro e comprava i suoi fiori”.
L’uomo annuì.
“E ha avvertito il bisogno di venire al suo funerale” sorrise “le avrebbe fatto piacere, lei amava i giovani, ricordava a tutti che rappresentavano il futuro”.
L’uomo mi fissò.
“Sapeva che era stata internata in un campo di prigionia?” senza darmi il tempo di rispondere l’uomo continuò “i suoi genitori morirono in quel luogo e lei quando tornò non era più la stessa, troppo dolore, anche se non ha mai perso la speranza in un mondo migliore”.
“Non si è mai sposata?”
L’uomo scosse la testa.
“No, mi confidò che non poteva avere figli, immagino che fosse collegato a quanto doveva aver patito nel campo di concentramento” la voce dell’uomo tremò, per un attimo “ma non amava parlare di quel periodo”.
“Io ho una bellissima famiglia di cui prendermi cura” queste sono le parole che ripeteva sempre” citò “i ragazzi di questa città, loro possono ancora ridere, amare anche per me, io ho già sofferto anche per loro”.
L’uomo si asciugò furtivo una lacrima.
“L’amava?” le parole uscirono dalla mia bocca senza volerlo.
“Tutti amavano Ortensia era una persona buona” affermò “e sì, l’avrei sposata anche se non le ho mai fatto nessuna proposta, sapevo che l’avrebbe rifiutata”.
Tornai con la mente a quella donna dai capelli biondi e gli occhi azzurri, che si era seduta accanto a me, sui gradini davanti alla scuola, una macchia di colore rosso in mezzo al grigio: Ortensia Carlini in arte “Violetta”.
Quel giorno in cui credevo che morire fosse l’unica soluzione alle mie pene d’amore si era seduta accanto a me e mi aveva aiutata a rimettere in ordine la scaletta delle priorità.
“Un mattino di tanti anni fa ha aiutato anche me” confessai, sentendo gli occhi umidi “a me pareva una tragedia che Giulio, il mio ragazzo di allora, mi avesse lasciato proprio il giorno di San Valentino e lei mi fece vedere il suo braccio destro dove era marchiato un numero e mi raccontò del campo di concentramento, della morte dei suoi genitori”.
Sospirai, sentivo la mia voce incrinarsi.
L’uomo mi ascoltava, attento.
“Mi diede il suo fazzoletto ricamato con piccoli cuoricini rossi e disse: “Non morirai tesoro, la vita riserva sorprese, vai a casa a dire ai tuoi genitori quanto li ami tu che puoi farlo e vedrai l’amore genera amore” e mi allungò un mazzo di minuscole rose rosse con un bigliettino attaccato”
Sorrisi al ricordo.
“Afferrai i libri e corsi a casa a regalare i fiori a mia madre che mi chiese se per caso avevo la febbre, non era abituata a mie dimostrazioni di affetto, quella sera conobbi Luciano, mio marito”.
“Quindi ha sentito il bisogno di venire a ringraziare Ortensia?” concluse l’uomo, anticipandomi.
“Mi ha insegnato a non aver paura di amare” confessai.
Il piccolo corteo si accodò dietro la bara colma di mazzolini di fiori, per accompagnare Ortensia al cimitero.
L’uomo dal cappotto grigio fu raggiunto da una signora con candidi cappelli bianchi, che lo prese sottobraccio, probabilmente la moglie.
Lui mi sorrise poi si chinò premuroso verso di lei per ascoltare le sue parole.
Guardandomi attorno notai un gruppo di vecchi ragazzi con un cartello a forma di cuore che diceva: “Addio per noi sarai sempre “Violetta”, la dolce fioraia dei nostri amori felici”.
Ripensai al piccolo mazzo di rose rosse che custodivo come una reliquia nella mia camera da letto e alle parole scritte a mano da “Violetta” sul bigliettino allegato: “Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! Di doman non c’è certezza…..chi vuol esser lieto sia”
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LIBERTY HOTEL

Non conosco il burlone che ha scelto il nome dell’hotel.

Alcuni sostengono che in realtà fosse nato come albergo a ore e solo in un secondo tempo trasformato in casa di riposo.

Il proprietario, troppo pigro e taccagno non si è scomodato a cambiare l’insegna.

Così la luce al neon illumina le lettere cubitali del Liberty Hotel e una scritta, in basso, malamente illuminata, segnala che si tratta di una casa di riposo.

Sporadicamente qualche turista, un po’ alticcio, tenta di entrare per prenotare una camera.

Cederei volentieri la mia.

Mi chiamo Cosimo e vivo all’albergo della libertà da cinque anni.

Devo ringraziare i miei nipoti, i figli di mia sorella Alma, buonanima.

I ragazzi d’oggi sono irrequieti, attendere che lo zio scapolo morisse richiedeva una dose di pazienza superiore alle loro capacità.

Per accelerare i tempi hanno chiesto l’interdizione. Non sono matto e ho una memoria di ferro, ma soldi distribuiti alle persone giuste e una scenata da parte mia con spintone al medico, che francamente, con il senno di poi, mi risparmierei, hanno decretato la mia condanna.

La villetta a tre piani con giardino insieme alla casa al mare a loro e a me un posto a vita al Liberty Hotel.

Non tocchi con mano la vecchiaia fino a quando non entri in una casa di riposo.

L’odore di stantio, di vecchiume mischiato a quello dei medicinali, del disinfettante e dell’urina alberga in ogni angolo.

Fuori non ti rendi conto di puzzare da “vecchio”, mischiato a giovani dalla pelle ambrata, signore con veletta e bambini al borotalco.

Al Liberty Hotel ogni ruga, ogni bocca sdentata, ogni incespicare ricorda che, come relitti, galleggiamo alla deriva in attesa della signora vestita di nero.

La pazzia, un perenne stato confusionale provvedono benefiche a cancellare pensieri funerei.

Ciondolare su poltrone o sedie impagliate davanti a un televisore perennemente acceso, l’unica attività possibile.

Chi continua a navigare a vista, conscio di trovarsi su una zattera senza terra d’approdo in vista, ha un obiettivo.

Marcello, ex generale, passa il tempo catalogando cartoline che gli inviano da ogni parte del mondo e che rappresentano monumenti ai caduti, caserme, ufficiali in alta uniforme.

Un nipote ha lanciato l’appello via internet, dando l’indirizzo del Liberty Hotel.

Il postino è di casa da noi e ogni mattina non manca di consegnare preziosi reperti che Marcello cataloga su un quaderno con la precisione di un militare, quale è.

Suo figlio, che viene a trovarlo ogni quindici giorni, la domenica pomeriggio, ritira le cartoline e le “conserva” in scatoloni nell’ordine esatto in cui le colloca il padre.

Sospetto che le getti nel primo bidone della spazzatura, appena uscito dalla casa di riposo o le rivenda a qualche collezionista.

Non ho mai esternato i miei sospetti a Marcello con cui scambio opinioni ogni mattina a colazione, e ogni giorno a pranzo e cena.

Non è facile trovare al Liberty Hotel persone in grado di sostenere una conversazione sensata, la demenza senile impera.

Quelli che sono ancora in grado di ragionare perdono a poco a poco la capacità di conversare, come un muscolo, non sollecitato, che si atrofizza.

Per questo io e Marcello ci divertiamo a ripetere date di importanti avvenimenti storici, poesie imparate a scuola o l’ordine delle pietanze del menù della settimana.

Non che sia complicato, in questo ultimo caso.

Vige un menù standard, studiato per mal dentati, dove il riso cotto nel latte regna sovrano.

Se Marcello allena le cellule grigie con le cartoline, Miss Acchiapparella si mantiene in esercizio fisico tentando la fuga.

Il suo vero nome è Gertrude Boldrini, vedova da tempo immemorabile, il suo sogno è raggiungere il cimitero dove è sepolto il marito.

Il soprannome le è stato appioppato da un’infermiera dotata di senso dell’umorismo che purtroppo non lavora più qui.

La nuova infermiera, sfiancata da settimane di tentativi di fuga, la intontisce con pastiglie di sonnifero che la riducono in stato catatonico per qualche giorno.

Miss Acchiapparella però non si arrende  e appena è in grado di reggersi sulle gambe ricomincia la sua missione.

Credo che tutti quelli che vivono al Liberty Hotel comprendano il suo desiderio di fuggire e in qualche modo l’ammirino per il suo spirito indomito.

Purtroppo manca di metodo e nelle grandi imprese il metodo è tutto.

Fuggire dal Liberty Hotel è anche il mio obiettivo. Mi sono arreso all’evidenza, ogni altro passatempo, come leggere, guardare la televisione o fare collezione di francobolli non mi distolgono dalla certezza di essere in questo luogo non per libera scelta, ma per costrizione.

Sono convinto di poter ancora gioire di qualche piacere della vita, non imprese titaniche, ma semplici piaceri come immergere l’amo in un laghetto, camminare in un prato in una giornata di sole, mangiare pane fresco e addormentarmi e svegliarmi all’ora che più mi aggrada.

Così ho elaborato un piano. Al contrario di Miss Acchiapparella reputo che prendere il problema di petto non porti a nessun risultato pratico.

Il “piano di battaglia” è racchiuso dentro la mia testa, l’unico posto sicuro dove non possono rubare nulla.

Al Liberty Hotel il vizio di rubare oggetti di proprietà di altri è consuetudine. Vuoi per poca memoria, vuoi per invidia o per semplice noia.

Sono all’ordine del giorno litigate, che spesso degenerano in graffi e spintoni.

E’ brutto doverlo confessare, ma molto spesso riguardano  donne che si contendono ciabatte, fiori, pettini per capelli.

Di questo mio “piano” non ho parlato neppure con Marcello. Sono stato tentato di farlo molte volte, ma il terrore che le regole ferree che hanno regolato la sua vita lo portino a raccontare tutto alla direzione mi ha fatto desistere.

Lui però è il filo che mi lega all’agognata libertà.

Sono un uomo tranquillo e la direzione da due anni mi ha affidato il compito di distribuire la posta.

Ettore, il postino, è ormai un mio amico. Quando arriva al Liberty Hotel non manca mai di fermarsi a fare due chiacchiere e bere qualcosa.

La casa di riposo si trova ai margini del paese ed è l’ultima consegna prima di smontare dal servizio.

Dopo ore di pedalate in discesa e salita, lungo le stradine strette del paese, Ettore, soprattutto d’estate, gradisce una bibita fresca.

Organizzare una fuga da un luogo come questo non è semplice.

Quando si accorgono che serpeggia agitazione collettiva  usano i calmanti, sotto forma di pastiglie.

Nei giorni di “tempesta”, così li chiamano le infermiere, il mare delle nostre inquietudini viene acquietato da compresse colorate.

In questi anni sono riuscito a mettere da parte una dose consistente di calmante, simulando di ingoiare pastiglie bloccate invece sotto la lingua.

Ormai sono un mago nel fingere.

Oggi però un brivido di eccitazione mi pervade.

Dopo tanta attesa il grande giorno è arrivato. Come Papillon sto per fuggire dalla mia prigione.

Quale occasione migliore?

Cinque nuovi arrivi con parenti al seguito in un solo giorno hanno creato grossi buchi nella maglia di controllo.

Gli affari in compenso vanno a gonfie vele, liberarsi dei parenti anziani è diventata una moda consolidata.

Le infermiere più esperte scodinzolano dietro ai dottori intenti a convincere  parenti, ancora titubanti e con un latente senso di colpa, che i loro congiunti si divertiranno più che a Las Vegas.

Per risultare convincenti hanno rinchiuso Miss Acchiaparella nella sua stanza guardata a vista da una volontaria, una delle tante ragazzine pallide e giudiziose che vengono una volta alla settimana al Liberty Hotel a dare prova del proprio altruismo.

Anche Floriano, alias Fred Astaire, che con minuscoli passetti, gira rasente i muri, è scomparso.

E con lui i catatonici, gli attaccabrighe e chiunque possa rovinare l’effetto cartolina.

E’ rimasta solo qualche vecchietta intenta a lavorare all’uncinetto.

Notare che nei giorni normali è severamente vietato, dopo che Matilde ha piantato l’uncinetto nell’occhio a Palmira.

Il motivo di un gesto così sconsiderato resta ancora un mistero.

L’anziana donna si è sempre rifiutata di fornire spiegazioni.

Alcune piante tropicali fanno bella mostra di sé all’entrata dell’albergo e il bancone della reception brilla come una cadillac nuova di zecca.

In questa realtà virtuale, dove sembrano scomparsi anche gli odori sgradevoli, coperti da un intenso profumo di rose, siedo tranquillo su una poltrona che mi permette di osservare il passaggio del direttore con i parenti al seguito.

Si sposteranno nell’ala dormitorio, dove all’occorrenza, sarà illustrato il funzionamento dell’aria condizionata che in realtà non viene mai usata.

Il direttore si allontana insieme ai parenti che lo seguono come gli anatroccoli accodati a mamma oca.

Dietro il bancone della reception c’è un’infermiera nuova, scelta per il suo piacevole aspetto, al posto di Lucinda detta il Sergente.

Non sa come comportarsi, si nota che è nervosa e mi lancia fugaci sorrisi che ricambio con sguardo innocente.

Ettore fra cinque minuti spunterà da dietro la curva,  puntuale come un cronometro svizzero.

Eccolo infatti pedalare allegro.

“Ettore il postino” comunico all’infermiera dietro al bancone che sollecita apre la porta.

Nello stesso istante Marcello, il generale, arriva con l’aria stravolta.

“Qualcuno ha rubato le mie cartoline” comunica con un tono di voce che si usa quando muore un parente.

“Forse non ha cercato attentamente” azzarda l’infermiera bionda che da vicino è proprio carina.

“Venga a controllare lei stessa” il tono di Marcello è perentorio.

L’infermiera lo segue venendo meno al principio di non lasciare mai la reception sguarnita.

Una mossa da pivella.

Guardo il postino e mi accorgo che non è Ettore.

E’ un giovane snello, dalla faccia simpatica e la barba rada.

Valuto l’ipotesi di rimandare il piano, ma quando capiterà di nuovo un’occasione così propizia?

Gli sorrido, amichevole.

“Le va qualcosa da bere?” chiedo, notando le goccioline di sudore sulla sua fronte.

“Qualcosa di fresco la berrei volentieri “ ammette.

Mi avvicino al piccolo frigo bar posizionato dietro il bancone dove le infermiere tengono le bibite.

Scelgo tè alla pesca e faccio scivolare alcune pastiglie di calmante.

L’effetto sarà immediato, l’ho sperimentato di persona.

Quando rialzo la testa Lucinda, il Sergente, mi osserva ironica.

“Cosimo, ci risiamo?” domanda, prendendo il bicchiere di tè dalle mie mani.

Versa il contenuto in una delle piante tropicali che ornano l’atrio.

Quale effetto produrrà il calmante sulla pianta? Dormirà, avvertirà un senso di torpore? Le sue foglie ingialliranno?

Assurdi interrogativi, mentre la confusione alberga nella mia mente.

Lucinda il Sergente mezz’ora prima seguiva i dottori e i parenti dei nuovi degenti come i Re Magi la Stella Cometa.

Cosa fa qui? Penso irritato.

Il giovane postino mi osserva perplesso.

“E’ un vecchietto molto simpatico il nostro Cosimo” sentenzia Lucinda prendendomi a braccetto “peccato che ogni tanto tenti la fuga”

“Fuga?” le fa il verso il postino, sorpreso.

Lucinda annuisce.

“Tre anni fa il postino era Ettore, un gioviale signore a cui mancava un anno di servizio per andare in pensione” spiega, continuando a lanciarmi occhiate guardinghe “il nostro Cosimo scambiava sempre qualche parola con lui, si trovava con noi già da due anni ed era così tranquillo che svolgeva piccole incombenze, come distribuire la posta”.

“Poi cosa è successo? “ chiede il postino, curioso.

Lucinda aumenta la stretta attorno al mio braccio.

“E’ successo che questo signore dall’aria innocente ha sciolto del calmante nel tè, Ettore l’ha bevuto e si è addormentato e lui gli ha sfilato la giacca e la borsa a tracolla, l’abbiamo riacciuffato mentre tentava di salire su un treno”.

Il panico mi assale, tento di divincolarmi ma la morsa di Lucinda è ferrea.

Tre anni? Come è possibile.

Ho già provato a fuggire e il piano è fallito miseramente?

Il postino mi studia, con aria sospettosa.

“Perché se ha fallito ci ha riprovato nello stesso modo?” chiede, meravigliato.

Lucinda, Il Sergente, mi sorride magnanima.

“Perché non lo ricorda, soffre di vuoti di memoria”.

Vuoti di memoria? La rabbia mi invade, posso recitare il primo canto della Divina Commedia senza difficoltà.

“Il paradosso” confessa Lucinda “è che a parte queste dimenticanze improvvise, la sua memoria è superlativa” il tono della sua voce è amareggiato.

Ho una fans e non me ne sono mai accorto?

“E questa è la prima volta che tenta di scappare, dopo la fuga quasi riuscita?” dal tono di voce del postino comprendo che si sta appassionando alla vicenda.

“La seconda” puntualizza Lucinda “ha provato un anno fa”.

Alle parole di Lucinda sento le lacrime pungermi gli occhi. Sono solo un povero disperato come Miss Acchiapparella.

“Ma non è pericoloso” si affretta a precisare Lucinda “basta non bere il tè”.

Il postino ride, si aggiusta meglio la tracolla sulla spalla e mi fa ciao ciao con la mano, come a un bambino birichino.

“Ci vediamo domani alla solita ora” promette e mentre esce dal Liberty Hotel scuote la testa.

Avrà un aneddoto gustoso da raccontare ai colleghi.

“Vieni, Cosimo”

Lucinda paziente mi accompagna in camera.

Il groppo alla gola è ancora lì, non va né su né già, ma il momento peggiore è passato.

Ragionandoci sopra non ricordare è un vantaggio.

Crederò ancora possibile un sogno impossibile: fuggire dal Liberty Hotel.
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L’uomo che rubava i sogni

All’inizio si limitava a negare.

“Mai?” si meravigliavano, fissandolo come se appartenesse a un altro pianeta.

“Mai” rispondeva compiaciuto.

Poi si scocciò di essere guardato con sospetto e ammise che sì in fondo sognava, ma non ricordava i sogni.

“Non è possibile” ribattevano insistenti “almeno qualche frammento….un particolare”.

Odiava avvertire quel latente senso di colpa per questa sua incapacità di sognare.

Privo di fantasia si addormentava di colpo, mentre un velo nero copriva la sua mente.

Si era cimentato nell’ardua impresa di inventare un sogno, ma i suoi sogni possedevano una patina artificiosa, raccontavano storie comuni e suonavano “falsi”.

Così passò all’azione per risolvere il problema alla radice.

Erano molteplici le occasioni in cui si parlava di sogni.

“Sai, non puoi immaginare cosa ho sognato questa notte” esordiva qualcuno e lui si stupiva che il subconscio potesse creare situazioni tanto paradossali e complesse.

Un giorno, mentre si trovava sull’autobus per recarsi al lavoro, sentì una signora che raccontava, con dovizia di particolare, un sogno “strampalato” (termine usato dalla signora stessa).

Lui ascoltò con attenzione, prendendo nota dei dettagli. Non era dotato di fantasia, ma di una memoria ferrea.

Appena arrivato in ufficio raccontò il sogno ai colleghi che lo ascoltarono con attenzione e ammisero che era un sogno veramente strano.

Da quel giorno iniziò a “rubare” i sogni.

Ai pensionati seduti sulle panchine del parco, ai bambini intenti a giocare, alle massaie che stendevano il bucato, sul treno, in autobus, ai bordi della piscina, mentre faceva la fila in posta o nella sala d’attesa del dentista.

Scoprì con stupore che la gente amava parlare di oroscopi e sogni.

Bastava lanciare l’esca, introdurre l’argomento “….a volte si fanno davvero strani sogni….” e le persone facevano a gara per raccontare.

E lui pescava sogni luccicanti che come pesciolini argentati cadevano nella sua rete e si ammassavano come sardine nella stiva, della sua mente.

Cominciò a raccogliere tanti sogni che, nonostante la sua buona memoria, rischiavano di finire nei meandri reconditi della sua  mente da cui non sarebbero più riemersi.

Così iniziò a riempire quaderni a quadretti dalle copertine colorate con la sua grafia appuntita ed elegante.

Prese l’abitudine di datarli e a poco a poco, riempì tanti quaderni da creare una vera e propria collezione.

“La mia collezione di sogni” mormorava orgoglioso fra sé e molte volte alla sera, rincasando dal lavoro, si sedeva in poltrona a leggere i sogni strampalati, paurosi, divertenti, angoscianti, umoristici, storici, fanciulleschi, tristi, allegri, colorati, lugubri che aveva rubato.

Quando si coricava però e chiudeva gli occhi il velo nero si impossessava della sua mente.

Non solo non riusciva a creare sogni, ma quelli “rubati” rifiutavano di rivivere nella sua mente, quasi capissero di essere stati carpiti con l’inganno.

Gli anni passavano, lui continuava la sua grigia vita: casa, lavoro, casa senza affetti, amici, ma non avvertiva il vuoto attorno,  sommerso da un senso di beatitudine che solo le pagine di quei preziosi quaderni sapevano regalargli.

La morte lo carpì una notte  come tante.

I colleghi, preoccupati per la sua assenza, non ricordavano di aver mai visto la sua scrivania vuota, e dal suono prolungato di libero del telefono di casa, avevano chiamato le forze dell’ordine.

I carabinieri, entrati nell’appartamento con una chiave di riserva della proprietaria, dopo aver inutilmente suonato il campanello, avevano trovato l’uomo nel suo letto, morto.

Pareva addormentato, sul viso un’espressione serena.

La casa ordinata, non presentava segni di effrazione, l’unica nota che richiamava subito l’attenzione era la libreria, in legno naturale, che copriva tutte le pareti della stanza e il numero di quaderni multicolori che si snodavano come un arcobaleno coprendo ogni spazio libero.

Un quaderno era appoggiato sul comodino.

L’appuntato Moretti lo prese in mano e lesse qualche pagine, mentre sul suo volto si dipingeva un’espressione perplessa.

“Maresciallo, sembrano sogni” disse, sorpreso.

Il Maresciallo sfilò uno dei tanti quaderni dalla libreria, sfogliando le pagine. Pareva che l’uomo avesse annotato i sogni, probabilmente fatti, nel corso degli anni, avendo cura di annotare anche la data.

Da un’occhiata superficiale sembravano descritti trent’anni di sogni.

“Certo che questo in quanto a sognare non scherzava!” commentò l’appuntato Moretti, spostandosi per far passare la lettiga.

Il Maresciallo rimase in silenzio osservando la stanza senza mobili, solo con i quaderni riposti con cura in ordine di data, avvertendo un senso di disagio.

L’uomo aveva adibito a guardaroba un’altra stanza, per lui quei quaderni rappresentavano un tesoro da tenere accanto prima di dormire.

Non vi erano tracce di violenza e neppure indizi che facessero presupporre si fosse suicidato, eppure il Maresciallo avvertiva una nota stonata.

Qualcuno coprì il volto dell’uomo con un lenzuolo prima di portarlo via.

Si doveva attendere l’esito dell’autopsia per escludere ogni supposizione.

Il Maresciallo uscì dalla stanza, dopo aver osservato i quaderni per l’ultima volta.

Era pronto a scommettere che non sarebbe emerso nulla di strano dagli esami sul corpo dell’uomo.

Perché prendere nota dei sogni? Si chiese, indossando il cappello di ordinanza.

Un passatempo innocuo di un uomo solo? Un codice di qualche organizzazione?

Non poteva immaginare  la risposta, l’ossessione che aveva logorato l’uomo anno dopo anno e sapere che quella notte per la prima volta aveva sognato e l’emozione provata era stata così violenta da ucciderlo.

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